Da quelli incontrati lungo il cammino, raccogliere un poco d’acqua e portarla fino al Gran Paradiso: il nuovo libro della viaggiatrice racconta un’Italia di natura, persone ed equilibri da conoscere. Con lei, i cavalli mongoli Custode e Tcigheeree.
«Viaggiare a cavallo è un modo di abitare il mondo». Paola Giacomini ce lo raccontava tempo fa, in un’intervista a Cavallo Magazine. Parlavamo di Santiago de Compostela, della Mongolia, dei bivacchi e di quelle strade che, anche tornando a casa, continuano ad attaccarsi ai ferri dei cavalli.
Ci parlava anche della sua borraccia: «Se posso non finisco mai la borraccia così dentro posso pensare ci sia sempre, in dosi omeopatiche, l’acqua di casa insieme a tutte quelle della strada».
Un piccolo gesto che nel viaggio raccontato dal suo nuovo libro diventa un filo capace di tenere insieme montagne, territori e incontri.

Le acque della strada
L’occasione è il centenario della fondazione del Parco Nazionale del Gran Paradiso e di quello d’Abruzzo, le prime aree naturali protette istituite nel nostro Paese. Paola parte dall’Italia centrale e raggiunge il Colle del Nivolet seguendo un itinerario che collega i due parchi attraverso la dorsale appenninica e prosegue verso le Alpi.
Con lei ci sono Custode e Tcigheeree, i due cavalli mongoli con i quali ha già condiviso il lunghissimo ritorno dalla Mongolia all’Italia, passando per Cracovia.
Nella borraccia, lungo la strada, Paola raccoglie un poco delle acque incontrate. Alla fine le farà evaporare, affidandole idealmente al ciclo che potrà riportarle su quei monti sotto forma di neve.
Un modo per portare con sé i luoghi attraversati e poi restituire loro qualcosa. Come quell’erba nuova che, ci spiegava nell’intervista, i cavalli mangiano a ogni tappa: «E quindi io me lo porto dietro il mondo, nell’erba che i miei cavalli hanno mangiato».
Dodici parchi, oltre la cartolina
Il percorso tocca dodici aree protette. Attraversa Sirente Velino, Abruzzo, Lazio e Molise, Maiella, Gran Sasso e Monti della Laga, Monti Sibillini e Monte Cucco; raggiunge le Foreste Casentinesi e l’Appennino Tosco-Emiliano, i due parchi del Ticino, lombardo e piemontese, la Val Grande e infine il Gran Paradiso.
I nomi disegnano una geografia ricchissima. Il racconto, però, entra oltre il paesaggio: dentro la vita delle persone che quei territori li abitano, li custodiscono e ne affrontano le difficoltà.
La conservazione della natura emerge così nella sua dimensione quotidiana, fatta di equilibri, conflitti e convivenze. Anche dove lo sguardo di chi passa vede soprattutto bellezza, ci sono esigenze diverse da tenere insieme, lavori, responsabilità e scelte.
Attraversare questi luoghi a cavallo significa concedersi il tempo per incontrarli. Fermarsi, chiedere informazioni, cercare acqua e una sistemazione per la notte: necessità concrete che aprono conversazioni e permettono al territorio di raccontarsi attraverso chi lo conosce.

Prima vengono i compagni di viaggio
Nata a Torino nel 1979 e laureata in agraria, Paola si definisce una «specialista nella vita all’aria aperta, che sa accendere un fuoco in qualsiasi luogo e con qualsiasi tempo».
Dietro questa capacità ci sono anni di scoutismo, la formazione con Alpitrek e moltissimi chilometri in sella. Con Isotta Raminga ha raggiunto Santiago de Compostela nel 2006; altri viaggi l’hanno portata lungo l’arco alpino, sulle tracce dei lupi, e dalla Mongolia fino a casa. Alcune di queste esperienze sono diventate i libri Campo di stelle e Sentieri da lupi.
Distanze che richiedono preparazione, attenzione e disponibilità a imparare. Quando la intervistammo, Paola ricordò anche una fiaccatura di Isotta lungo il cammino di Santiago e quanto quell’esperienza le avesse insegnato. Con Custode e Tcigheeree, ci raccontava, aveva poi percorso 9.500 chilometri senza una fiaccatura.
È un dettaglio che dice molto del viaggio a cavallo: la meta si costruisce giorno per giorno, nella cura di chi cammina insieme a noi.
Una ragione per partire
«Per me sarebbe impossibile fare questi viaggi senza una motivazione profonda», ci aveva detto Paola. Nel ritorno dalla Mongolia quella motivazione era una freccia di pace da consegnare a Cracovia, un impegno preso con chi gliel’aveva affidata e con chi l’attendeva.
Questa volta il cammino unisce i parchi e le loro acque, invitando a guardare più da vicino il patrimonio naturale italiano e il nostro modo di farne parte.
«Nello scrigno di questo pianeta c’è il tesoro che lo può salvare, sta a chi cammina per le sue strade la scelta di calpestarlo o conservarlo», è il pensiero che accompagna il libro.
Paola continua a camminare con i suoi cavalli: ‘in direzione ostinata e contraria’ aiventi che a volte soffiano anche contro i suoi progetti, come capita a tutti.
E a raccontarci quanto mondo ci possa stare, dentro una vecchia borraccia da neve.
Informazioni per presentazioni del libro e conferenze: [email protected] — Luciano Ruiu, 349 3929553.






















